Divina commedia
by Gianni
LA DIVINA COMMEDIA IN DIALETTO F
Scritto da Gianni il 21/11/2006 12:05:07

LA DIVINA COMMEDIA IN DIALETTO FERRANDINESE DI GIANNI LATRONICO
Da più parti., sempre più spesso, mi si chiede con insistenza il perché del faticoso, immane, inutile lavoro, per la mia traduzione della Divina Commedia in dialetto ferrandinese ed è come chiedere a Roberto Benigni il perché del suo sviscerato amore per Dante Alighieri e delle sue recite a soggetto.
Io rispondo che non si tratta di lavoro, ma di un’opera letteraria immensa, utile a me ed agli altri, per una piena immersione nella lingua dei padri, delle origini e dell’infanzia, sia per Dante, che per me stesso e per tutti quelli che amano la sfida, la lotta, il mistero, la poesia.
È una rivalsa per il dialetto ferrandinese, già nobilitato dal compianto Poeta Mimì Bellocchio e capace di scendere nelle profondità abissali dell’inferno, di salire alle alte vette del Purgatorio e di ascendere all’inclito Eden del Paradiso, con il rumorio del Basento sempre nel cuore.
Per assaporare l’acerba dolcezza del dialetto, nella mia rivisitazione di Dante Alighieri, bisogna conoscerne le regole grammaticali e sintattiche, fonetiche e grafiche, tenendo presente che mi sono servito dell’alfabeto fonetico internazionale, in maniera personale, istintiva, impressionista.
Come Dante, anch’io mi sento esiliato dalla casa paterna, dal paese natio, dalla terra dei miei avi, pur tornandovi in estate, per la recita a soggetto, nelle piazzette del centro storico, animate dall’Associazione La Cupola Verde, a favore di tutti i nostalgici dell’antica civiltà contadina.
Da ogni parte d’Italia e dell’estero arrivano i turisti ferrandinesi: emigranti, che hanno fatto soldi, lavorando sodo, lontano da Ferrandina ed ostentando la raggiunta agiatezza con case estive, auto di grossa cilindrata e propensione alla prodigalità, nel paese d’origine.
Quasi tutti sono ben accolti dai rispettivi familiari, parenti ed amici, eccetto io che, pur avendo rinunciato all’eredità, per quieto vivere, non posso neanche usufruire dell’avita casetta di mamma Mariuccia, in comunione dei beni, nella strada dell’orologio, per ostacoli insormontabili e per un meschino egoismo.
Eppure è bello recitare le poesie vernacolari dell’Antologia “Ferrandina tra penna e pennello” mia e di Mimì Belloccio, oltre alla Divina Commedia, che va per la maggiore, essendo stata richiesta anche dai paesi limitrofi di Puglia, Calabria, Sicilia, Abruzzo e dai vari cultori di Dante, sparsi per l’Italia ed all’estero.
Per me è un affettuoso ritorno al focolare, dove mia madre mi raccontava storielle, novelle, cusquaséddë, sognando insieme un mondo perfetto, senza inquinamento, guerre, odio, ma con un amore universale per cose, persone, animali.
Con la traduzione libera dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, nella maggior parte, in copia minuta ed in minima parte già digitata al computer, intendo elevare alla mia Ferrandina un monumento che né la patina del tempo né l’oblio della memoria storica potranno abbattere mai.
L’intera opera è accompagnata, abbinata ed illustrata dalle opere figurative di grandi artisti del pennello e dai miei quadri virtuali, che cercano di penetrare il mistero dell’aldilà, con immagini digitali, dal respiro dell’infinito, dallo spessore dell’iperuranio e dall’afflato della poesia visiva.
U panajìërë, ‘mbétë la tèrrë, l’appìëttë l’acìëddë, drét a lë mìërvëlë, u vuccìërë, u scéttabbànnë, u zappatòwrë, u panärë, i tèmbë ròssë, a shascéttëlë, ecc. non sono pedisseque traduzioni ad litteram di luoghi, persone, cose, ma riferimenti precisi ad un passato recente.

Essi evocano all’istante aromi, suoni, sapori di un tempo lontano nello spazio, ma vivo e vegeto nell’archivio dell’immaginario collettivo, soprattutto nelle coincidenze e nelle assonanze tra il fiorentino ed il ferrandinese, tra l’italiano ed il dialetto, tra la musica e la poesia.
Sia nell’originale, che nella traduzione libera, c’è un pathos travolgente, in una tensione dinamica ed in una ispirazione continua, che comunicano l’estro della favola mitica, la magia del mistero profondo, l’incantesimo della grazia divina e la gioia di vivere in un nuovo incantesimo.
Da piccolo andavo àw llàrjë e m’intrufolavo nei crocchi di anziani, per carpirne i segreti, per apprendere l’ignoto, per scoprire l’arcano; ma rimanevo puntualmente deluso, sentendo cose banali, pratiche, volgari, senza quella scintilla d’immortalità che ho trovato solo in Dante.
Per me esule ”lontano dal natio borgo selvaggio” parlare in ferrandinese è come per il ghibellin fuggiasco Dante Alighieri parlare in fiorentino, tra compaesani, nella selva oscura dell’inferno, nell’ascesa al monte del purgatorio e nella trasfigurazione sull’alto Empireo.
È come incontrarsi tra amici d’infanzia in terra straniera, riconoscersi tramite il dialetto e riandare i vecchi tempi dell’età dell’oro, dell’infanzia, del paradiso, senza conflitti mondiali, disagio sociale e dilagante inquinamento materiale e spirituale.
La mia sete di sapere è stata saziata dalla lettura dell’opera omnia del divino poeta e, soltanto nella sua Divina Commedia, il dialetto ferandinese viene elevato ad eccelsi sentimenti, a nobili virtù e ad assoluti concetti di spessore universale.
Ed ecco alcuni cenni sull’ortografia e sulla fonetica, tratti da “Ferrandina tra penna e pennello”da confrontare sempre con il testo originale dantesco e assaporarne, verso dopo verso, l’assonanza, l’empatia, l’eterna freschezza di due parallele, che combaciano perfettamente nella versione in dialetto ferrandinese. Chi si accinge ad affrontare questa coraggiosa impresa, deve prepararsi a fare sempre nuove scoperte, a risolvere sempre nuovi rebus, ad assimilare sempre nuove idee, in un diletto spirituale, già provato da Niccolò Tommaseo e da altri comuni mortali, nel leggere e rileggere, onorando l’altissimo poeta. Gianni Latronico

ORTOGRAFIA E FONETICA
Guida fonetica per il vernacolo di Ferrandina
1) Lalfabeto ferrandinese si compone delle 21 lettere italiane (più i simboli fonetici : j, k, w).
2) Pronuncia delle vocali. Le vocali a, e, i, o, u, si pronunciano come in italiano, tenendo presente però che le vocali e, o, generalmente si pronunciano strette; é – è: come in francese: a - ea, con insensibile passaggio da una vocale allaltra, quasi fino alla fusione: Es. u ppänë = il pane; òe = a ed a: nella parlata femminile: Es. u ppòènë = u ppänë = il pane. ë - vocale neutra evanescente, ma suscettibile di ricevere laccento tonico, oralmente; la sua pronuncia è lievemente più accentuata della e muta francese e serve anche per prolungare il suono della vocale che la precede: Es. a) na ròsë; b) Lucë = Lucia! e) u stìëdd = il finestrino – nasë tùërt = naso torto.


3) Pronuncia delle semivocali: j = i semivocale: Es. jë = io, w = u semivocale: Es. Wèjrë: come nelle parole italiane j = i Ionio, ieri; w= u uomo, guerra.
4) Le vocali e, i, u, sono, nei dittonghi, evanescenti o semiquiescienti o «escamotantes», nel senso che scompaiono durante il discorso rapido. Es.: Chidë -chiëdë / fënë - tëine / puànë - panë.
5) ò = ou nella forma contratta. Es.: ò vosk - ou vosk = al bosco, ò llàrjë=àw llàrjë.
6) Pronuncia delle consonanti. Eccetto in determinati casi, la pronuncia delle consonanti ferrandinesi è molto simile a quella delle consonanti italiane. La s intervocalica è aspra. Es.: a la casë = a casa; sce, sci, scë = fonema attenuato di sce, sci, come in péscë - peggio; sh = fonema forte di sce, sci, come in pèsh = pesce e nella parola «uscio».
Le consonanti doppie, allinizio di parola, rappresentano il fonema geminato delle stesse consonanti semplici, come in: a mmäscè = a maggio, perciò sono da considerarsi come una consonante unica, inscindibile; chj = fonema di ch in chiave; Es.: chjovë = piove; ghj = fonema di gh in ghiaccio; Es.: nghjänë = sali. Lh è sempre muta, come in italiano. Es.: ha scë = devi andare; ccè ha dditt? = cosa ha detto?
7) II vernacolo di Ferrandina non è una lingua statica, ma dinamica. Esso si scrive come si legge, perché è stato finora tramandato solo oralmente e la scrittura si adegua alla lingua parlata. Il ferrandinese è una lingua neolatina e non la traduzione dellitaliano; presenta frasi idiomatiche intraducibili, ma confrontabili con frasi parallele e non simili in italiano, poiché esso è lespressione di una cultura e di una mentalità (di vita e civiltà contadina) profondamente diversa.
8) Essendosi attenuate e cadute le vocali finali, neutralizzandosi nellë, senza distinzione tra maschile e femminile, singolare e plurale. A volte però, per distinguere il genere e il numero si ricorre allapofonia quantitativa e qualitativa: Es. jond: sporca è il femminile di jund = sporco, vùesk = boschi è il plurale di vosk = bosco, come nei verbi forti in tedesco, nella coniugazione tematica in greco e nei verbi irregolari in inglese; le parole possono subire delle modiche nel contesto.
9) Sui monosillabi va laccento fonico non scritto: Es.: cu = con il; du = del; di = dei; jë = io, eccetto per evitare confusione: Es.:sé sì, mentre se è ipotetico al posto di cë = se e chi: Es.: Se véne = Se viene / cë vénë = chi viene, e se viene. Gianni Latronico





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