Divina commedia
by Gianni
G. LATRONICO: IL ROMANESCO “Volèmese bbène!”
Scritto da Gianni il 04/09/2007 17:01:55

TUTTI GLI ARTISTI INTERESSATI ALL’INSERIMENTO NEL 3° DI PAGINA DELL’ANNUARIO ELITE NEW 2008 DI ARTITALIA EDIZIONE SONO PREGATI DI MANDARE LE FOTO AL + PRESTO A
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 “Volèmese bbène!”

                                                                         

Queste sono le uniche parole, pronunciate in romanesco, durante il suo lungo pontificato, dal Grande Papa Giovanni Paolo II, suscitando il consenso dei Romani, l’ammirazione dei popoli e l’acredine del senatùr.

                                                                    

Il Romanesco

Essendo il romanesco originato dal latino, ne ha ereditato le sfumature, le caratteristiche e la musicalità né c’è dialetto al mondo più adatto ad esprimere tutti i gesti secolari, i motti arguti e le sfumature dell’animo umano. Esso è attualmente abbastanza simile all’italiano, tanto da essere considerato una lingua vera e propria, più che un dialetto, come tutti gli altri. Da secoli ormai fa parte di quel filone dialettale del centro Italia ed in particolare della Toscana, che fu portato in città dagli immigrati, nel 1527, quando Roma fu aggredita, messa a soqquadro e spopolata dalle devastazioni dei Lanzichenecchi. La grammatica non si discosta molto dal latino maccheronico e dall’italiano attuale. È una lingua popolare in continuo sviluppo, ricca di caratteristiche espressioni idiomatiche, colorati modi di dire e di un continuo intercalare. Il vecchio romanesco, quello del Belli, si evolve in nuove forme dinamiche ed espressioni colorite, che rispecchiano la complessità della vita odierna, rispetto a quella del passato. 
                                                                

Il romanesco (o romano) si è andato sempre più evolvendo negli anni ‘20 e ‘30, nel periodo in cui maggiormente i Romani de Roma sono stati numericamente surclassati da immigranti provenienti da altre parti d'Italia. Un ulteriore sviluppo si è avuto negli anni '50 e '60, sempre a causa dei flussi migratori, provenienti principalmente dal centro e dal sud Italia. Negli anni ‘70 e ‘80 è possibile datare l’inesorabile declino del romanesco, di Trilussa e di Belli, progressivamente impoveritosi a causa dei grandi stravolgimenti sociali, che hanno interessato i quartieri più popolari, dove ancora era possibile incontrare una romanità pura, schietta e genuina. Prima della decadenza, si possono riscontrare alcune pregevoli traduzioni in romanesco della Divina Commedia di Dante Alighieri, che segnano un’epoca di dialetto puro ed incontaminato.
                                                                          

I quartieri di Trastevere, San Lorenzo, Testaccio e del centro storico sono stati infatti trasformati, da rioni tipicamente popolari e borghesi, in zone di alta classe, di alto ceto e di alta moda, con un massiccio ricambio di abitazioni, di popolazioni e di generazioni. Un’altra causa essenziale del romanesco in via di estinzione e della ghettizzazione del romano è da ricercarsi nella cinematografia neorealista che, a partire dagli anni ‘50, ha fatto della lingua romana uno stereotipo di burini strafottenti, indifferenti e pigri, lonatani dalla realtà effettiva. Il romanesco moderno è parlato quotidianamente da quasi tutti gli abitanti dell'area metropolitana di Roma; la maggioranza di loro possiede anche la padronanza della lingua italiana, grazie alla grande scolarizzazione di massa, ma essa viene utilizzata più spesso nelle situazioni formali, risultando così meno usata nella vita di tutti i giorni. Il romanesco vero e proprio è originario esclusivamente della città di Roma, poiché nell’area appena circostante (Fiumicino, Frascati, Velletri), la parlata autoctona cambia sensibilmente ed il romano cede il posto ai dialetti laziali. Ormai però anche gli idiomi di queste località della provincia romana si sono modificati; per esempio, i dialetti di Fiumicino, di Velletri, di Frascati, con il passare del tempo, si sono avvicinati di più al romanesco e lo stesso è accaduto nelle grandi città delle provincie vicine. Solo le persone più anziane parlano ancora il dialetto locale, mentre la maggior parte dei giovani ha una parlata più vicina a quella romana moderna. Il romano moderno non si può più assimilare al romanesco di Belli e di Trilussa: è un dialetto con poche differenze dall’italiano ed è uno dei dialetti italiani più comprensibili a tutti. Esso è fondamentalmente caratterizzato da uno scarso uso dei tempi e dei modi verbali, poiché si usa quasi solo l’indicativo al presente, all’imperfetto ed al passato prossimo, oltre a presentare forti elisioni nei sostantivi e alcuni raddoppiamenti consonantici. La parlata romana è sempre contornata da parole intercalate, per attirare l’attenzione, come “” – “mortacci” – “nun vedi questo” che si usano per richiamare l’attenzione verso di sé, prima di parlare o mentre si sta conversando. Però i cambiamenti più esilaranti sono senz'altro quelli che derivano da convinzioni errate circa l’etimo, l’origine, il significato di un vocabolo. Ecco un paio di esempi classici. Il popolino dice moseo anziché museo, perché è convinto che questo termine deriva da “Mosè“ e non da “musa“ e a Roma la zanzara si è sempre chiamata zampana: il perché si evince da un sonetto di G.G.Belli: 
                                              
                                                  

Be', se dirà zanzare pe le stampe;
Ma sso' zampane: eppoi, santa Lucia!,
Nun je le vedi lì ttante de zampe?

Ecco alcune espressioni colorite, tipicamente romane: Dàmose na mòssa: Sbrighiamoci; Dàmose na punta: Diamoci un appuntamento; Volèmese bbène: Vogliamoci bene; Stò a rrosicà: Sono insoddisfatto; Dàmme dù spùti – m’è ffinìta a bbròda: Fammi il pieno, per favore; Stai a ggufà: Stai sperando che le cose gli vadano male; Stai a scaciottà o a sbarottà: Stai esagerando; Nun me ne po’ ffregà de méno: Non m’interessa affatto; So’ ‘ngrifato: Sono molto eccitato; Se schizzàmo cor dentifrìcio: Siamo esageratamente euforici; Mè pìja – m’attìzza – je sto a rròta: Mi eccita molto; Nun t’arrapà: Non eccitarti; Stàj trànco - mànzo: Non t’agitare; Aripìjate - plàchete: calmati, per favore; Mò stàj a sborà: Sei molto agitato o felice; Staj a ffà li bbòtti – stàj a scazzà: Il tuo comportamento è molto sconsiderato. Per elevare gli animi, si può chiudere con una poesia di Gioacchino Belli, che abitava a Civitavecchia, nell’attuale casa di Gianfranco De Paola (Senior & Junior), Studio della Pittrice Ilaria Pergolesi e visitato dal sottoscritto, durante la Personale: Eclettica, nel Forte del Maschio Michelangelo, alla presenza del grande Attore Pino Quartullo:

Ma nun c'è lingua come la romana
Pe
dì una cosa co ttanto divario
Che ppare un magazzino de dogana.

Gianni Latronico

 

 

 




G. LATRONICO IL DIALETTO PUGLIESE: ATTÀNËMË U CHJANGÒNË
Scritto da Gianni il 04/09/2007 16:54:45

 

ATTÀNËMË U CHJANGÒNË = MIO PADRE IL MACIGNO

                                                     

Attànëmë u chjangònë = Mio padre il macigno – E ccë jérë chjangònë? = e se fossi macigno?” significa il tramandarsi di usi e costumi di padre in figlio. Anticamente, il figlio portava sulle spalle il vecchio padre, lo faceva sedere sul macigno, per una pausa, lungo la strada, verso l’ospizio ed il padre diceva al figlio: “Qui poggiai mio padre e qui ti poggerà tuo figlio. Ah, se io fossi macigno, nessuno potrebbe più smuovermi!”.  
Il dialetto pugliese viene parlato nella parte settentrionale della regione, con evidenti influssi campani, ma si differenzia sensibilmente da quello delle zone meridionali, che invece è più vicino al siciliano. Esso è una varietà linguistica romanza, un idioma che si è costruito e, in seguito, modificato, grazie ai tanti insediamenti di popoli stranieri, a partire da quelli della Spagna e del Portogallo, per finire a quelli dei Balcani, che ne hanno causato un’inflessione per molti incomprensibile. Oltre ai tratti comuni con i dialetti dell’area centro – meridionale, il pugliese presenta una serie di caratteristiche proprie, di cui le più notevoli sono, per la fonetica, l’esito š da g palatale o dal gruppo –str (latino: magistrum = mašu), l’esito j da bl- (germ. Blank = janku) ed inoltre frequenti fenomeni di metafonesi, per cui il timbro della vocale tonica è determinato dalla vocale finale (còta = coda, ma sùlu = solo); per la morfologia, l’uso dell’imperfetto indicativo ha anche valore di condizionale e frequenti sono i plurali in –ora (modellati sui plurali latini, come tempus – tempora: tempo – tempi); i verbi servili sono seguiti dal presente indicativo, anziché dall’infinito. Il pugliese è generalmente parlato nella provincia di Bari e in quel di Barletta – Andria - Trani, dove sono presenti alcune varianti come il barese, il barlettano e l'andriese. Al nord, esso ha zone di influenza nella provincia di Foggia, dove però si parla il dialetto foggiano, che può essere visto come un dialetto barese, fortemente influenzato dal napoletano. A est si diffonde anche nella provincia di Matera, il cui dialetto non presenta evidentissime differenze con quello barese, soprattutto nella cadenza melodica, e a sud arriva fino alla soglia messapica, lungo una linea ideale che va da Taranto, dove si parla il tarantino, a Ostuni (BR), al di sotto della quale si parla il salentino, molto influenzato dagli Arabi, abbastanza diverso, oltre che particolare e molto colorito rispetto ai dialetti del resto della Puglia e più simile al dialetto calabrese e siciliano ed in particolare a quello catanese. Il dialetto pugliese ha la caratteristica fondamentale di eliminare le ultime lettere di ogni parola, per questo a molti termini basta solo aggiungerne l’ultima parte e la differenza dall’italiano sparisce. Questo avviene soprattutto nell’uso del participio passato che in genere finisce con una consonante seguita dalla vocale sorda "ë". “Ccè ssì ffàttë? = Cosa hai fatto?”. Per esempio 'sprëscjatë' si potrebbe tradurre con ‘mancanza di interesse’ e pronunciarlo è davvero difficile, per un forestiere. Nei testi spesso la ‘ë’ viene accentata, anche per suggerire al lettore la cadenza della pronuncia. Bisogna poi notare l'abitudine a raddoppiare la prima consonante che rende forte la pronuncia dell'inizio di un termine e quasi monca la parte finale. Solo per citare un esempio, potremmo dire 'scimmë à ccasë' = ‘andiamo a casa’: espressione che vede la parola casa con una c iniziale molto rafforzata e la cancellazione della a finale. Quasi del tutto incomprensibile, per chi non sia pugliese o meridionale, il lessico dialettale della Puglia è costituito per la maggior parte da vocaboli derivati dal latino volgare, come per tutte le altre regioni centro meridionali della nostra penisola. Non mancano tuttavia, fra le sue componenti, elementi abbastanza numerosi di derivazione greca, dovuti in parte alla presenza in Puglia, fra l’VIII e il VI sec. a. C., di fiorenti colonie della Magna Grecia, e in parte al fatto che la città fu soggetta al dominio di Bisanzio, fino al 1071, quando venne conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. Insieme con gli elementi latini e greci, cospicue sono pure le tracce di parlate germaniche, lasciate dal passaggio delle invasioni barbariche; di arabo, radicatesi in maniera abbastanza profonda, durante il IX sec., quando Bari fu per 30 anni sede di un potente emirato musulmano, oltre che per i frequenti rapporti commerciali con l’Oriente; di francese e di spagnolo, a causa della dominazione normanna, angioina, aragonese, ecc. che si avvicendarono nel corso dei secoli. La parlata pugliese rappresenta una specie di tessuto connettivo fra il passato ed il presente, nel quale ogni epoca o avvenimento ha lasciato dei segni che, a somiglianza di altrettanti residui fossili, offrono testimonianze innumerevoli intorno all’antichità della storia pugliese, ai contatti avuti con gli stranieri e ai costumi del luogo. L’espressione “sguizzë”, sinonimo di lestofante, deriva da Svizzero ed è il ricordo della sgradita presenza dei soldati svizzeri di guarnigione nel locale castello, in qualità di truppe mercenarie. 
                                                                         
L’espressione “filëcènzë”, usata dai bambini, per interrompere momentaneamente l’osservanza delle regole di un gioco in corso, è una reminescenza del “sit cum licentia” dei bimbi romani. Il grido “a le saracìnë”, con cui i monelli usavano in passato accompagnare la sassaiola fra i gruppi rivali, non è altro che un’allusione alle difese, a cui bisognava ricorrere anticamente, per fermare le frequenti irruzioni saracene lungo la costa. Si potrebbe andare avanti a lungo, con le esemplificazioni, ma è preferibile sottolineare almeno la ricchezza straordinaria del lessico pugliese che riesce a tradurre in una cinquantina di modi la parola “schiaffo”, o magari a nominare i sette giorni della settimana e di aggiungerne un ottavo, senza adoperare i soliti nomi, per cui si ha: “djatèrzë” , “nëstèrzë”,  “ajjëre”, “joscë”, “crà”, “pëscrà”, “pëscriddë”, “pëscrùëfëlë”, “joscë ad òttë”,  (il giorno prima di avantieri, avantieri, ieri, oggi, domani, dopodomani, fra due giorni, fra tre giorni, fra otto giorni). Tanta vivacità e ricchezza di espressioni ha naturalmente favorito la fioritura di una nutrita schiera di poeti e scrittori dialettali, fra i quali, un posto di maggiore rilievo compete, nell’Ottocento, al canonico Francesco Saverio Abbrescia e, nel Novecento, a Gaetano Savelli, al quale si deve, fra l’altro, una traduzione in dialetto pugliese delle tre cantiche della Divina Commedia di Dante Alighieri. Particolare attenzione merita il dialetto salentino, che si presenta carico di influenze provenienti dalle dominazioni e dei popoli stabilitisi in questi territori, che si sono susseguiti nel corso dei secoli: greci, bizantini, longobardi, francesi, spagnoli, albanesi, arabi. Si tratta di un insieme di dialetti romanzi, che in tutto il medioevo furono contrapposti ai dialetti ellenofoni, altrettanto diffusi nella regione. Il lessico salentino ha preso molti prestiti da altre lingue romanze (spagnolo e francese), risentendo solo marginalmente dell'influsso dei dialetti greci, dando vita ad una sorta di bilinguismo, di cui oggi abbiamo ancora testimonianza nell'area della Grecìa Salentina. 
                                                           

Attualmente, il termine salentino può essere considerato più un'etichetta, che un aggettivo, per indicare una lingua unitaria in tutto il Salento. Infatti differenze anche sostanziali rendono quasi incomprensibile la parlata degli abitanti degli altri paesi, sebbene questi siano poco distanti fra di loro. Il salentino si differenzia nettamente dal resto dei dialetti della Puglia, risultando lontanissimo, ad esempio, dal dialetto barese. Invece ha affinità con il dialetto tarantino, con il calabrese e con il siciliano. La distinzione tra il dialetto pugliese e il dialetto salentino si ritrova soprattutto nella fonetica: il pugliese tende a rendere sonori i gruppi latini, come “nt”, “nc”, “mp” in “nd”, “ng”, “mb” come le “s” in “z”, mentre il salentino li conserva intatti. Un abitante di Bari pronuncerà: “candàjë” per “cantare”, “angòrë” per “ancòra”, “tjèmbë” per “tempo” e “pënzìërë” per “pensiero”. Nel salentino si ha di solito la chiusura delle vocali e ed o, che diventano rispettivamente i ed u, come ad esempio nella congiunzione ci = se ed in travàgghju = travaglio, lavoro. Ci n'àmma scì, sciamanìnnë, ci nan àmma scé, nan sìm scénn! (alternativa: Sè nà mà scè sciamanin, sè nan na mà scè, nan sìmë scènnë! ). Modo di dire dialettale per significare: Se ce ne dobbiamo andare, andiamocene; se non ce ne dobbiamo andare, non ce ne andiamo!  Un’altra particolarità fonetica, dovuta all'influenza sannita, è stata la trasformazione dei gruppi “nd” e “ll” in “nn” e “dd(h)” (ad esempio “quànnu” per “quando”, “cavàdd(h)u” per “cavallo”). 
                                                                             
L'UNESCO ha inserito il salentino nel Red Book on Endangered Languages. Una particolare attenzione va riservata al tarantino, che è il dialetto del grande critico d’arte Donat Conenna e che è servito a Claudio Di Cuia, per una brillante traduzione della Divina Commedia, il cui inizio è qui riportato come assaggio e come stimolo, per altri studiosi a cimentarsi nella stessa impresa, ognuno nel suo dialetto, per una rinascita di tutti i dialetti d’Italia, sotto l’egida della Rivista Hub, all’insegna dell’arte pura ed in nome del sommo poeta Dante Alighieri. Il dialetto tarantino affonda le sue radici nella remota antichità, quando il territorio era dominato dalle popolazioni messapiche.La colonizzazione dei Greci, che vide affiorare Taranto, non solo come capitale della Magna Grecia, ma anche come centro culturale, poetico e teatrale, ha lasciato un notevole apporto linguistico, sia dal punto di vista lessicale, che morfologico e sintattico, oltre ad un particolarissimo accento che secondo gli studiosi doveva corrispondere all'antica cadenza dorica. Questi influssi posono essere tuttora notati in parole di origine greca. Successivamente Taras diventò dominio romano, dando un tratto più romanzo alla sua lingua e introducendo vocaboli volgari, nonché la circonlocuzione verbale con il verbo scére + gerundio (dal latino ire iendo) e l'affievolimento delle i- atone. Durante il periodo bizantino e quello longobardo, la lingua tarantina acquistò un carattere molto originale per l'epoca: le o vennero mutate in ue, le e in ie ed il vocabolario si arricchì di nuove parole. Con l'arrivo dei Normanni nel 1071 e degli Angioini, fino al 1400, la lingua perse buona parte dei suoi tratti orientali e venne influenzata da elementi francesi e gallo-italici, come ad esempio la e muta finale. Nel Medioevo, la città divenne dominio saraceno con la conseguente introduzione di vocaboli arabi, mentre nel 1502, Taranto cadde sotto il dominio degli Aragonesi; per tre secoli lo spagnolo fu la sua lingua ufficiale e così entrarono a far parte del vocabolario tarantino ancora altri vocaboli. Nel 1801 la città fu di nuovo sotto il dominio delle truppe francesi, che lasciarono definitivamente la loro impronta linguistica provenzale.Va ricordato che Taranto è stata per molto tempo legata al Regno di Napoli, cosa che spiegherebbe alcuni termini in comune con il napoletano. Le influenze arabe, unite a quelle francesi e latine, hanno portato ad una massiccia desonorizzazione delle vocali, trasformandole nella -ë- semimuta e causando un notevole aumento fonetico dei nessi consonantici
                                                                         
Oggigiorno, la particolare chiusura vocalica e l'allungamento delle "vocali dure", hanno dato al dialetto tarantino una cadenza, che ricorda molto un dialetto arabo, anche se con qualche accenno alle sonorità doriche arcaiche. A sostenere la tesi secondo la quale il dialetto tarantino appartiene all'area salentina, sono soprattutto gli studiosi Heinrich Lausberg e Gerhard Rohlfs. Lausberg nota una concordanza tra il tarantino e il brindisino nell'esito fonetico che accomuna i continuatori e ed o stretti e aperti, confluiti sempre in suono aperto (cuèddë, strèttë, pòndë), mentre Rohlfs mette in evidenza l'uso della congiunzione cu + presente indicativo per tradurre l'infinito ed il congiuntivo, costruzione tipica dei dialetti salentini. Nel “Vocabolario dei dialetti del Salento” di Rohlfs si contano più di tredicimila voci latine, oltre ventiquattromila greche e circa trecentoquaranta tra spagnole, portoghesi, catalane, provenzali, celtiche, còrse, germaniche, inglesi, turche, albanesi, dalmate, serbe, rumene, ebraiche, bèrbere ed arabe. Di sicuro il solstrato greco è ancora ben visibile, con numerosi derivati sia lessicali sia sintattici. Gli studiosi che si cimentano nello studio del dialetto tarantino, non possono non tener conto di questi importantissimi dati, che escluderebbero a priori la possibile appartenza ad un gruppo pugliese. Ecco alcune parole ed espressioni tarantine: attànëmë [mio padre] – à ttànëmë [a mio padre]; 'a fogghjë [la foglia] - lë fuègghjë [le foglie]; 'u chjangónë [il poggiolo o macigno] - lë chjangúnë [i macigni] 'a mánë [la mano] - à mmánë [a mano]; dë pètrë [di pietra] - cù ppètrë [con pietra]; 'a cásë [la casa] - à ccásë [a casa].  hé fàttë bbuènë (hai fatto bene); è ffattë bbuénë (è fatto bene); Nò jjé tùtt’òrë quìddë ca lùcë: Non è tutto oro ciò che luccica). Non ci poteva essere un detto più appropriato, per guardarsi bene dagli abbagli e per salvare la tradizione del dialetto pugliese. Gianni Latronico

              

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G. LATRONICO: IL DIALETTO DELLA LUCANIA
Scritto da Gianni il 04/09/2007 16:11:40

VIAGGIO NEI DIALETTI D'ITALIA BY GIANNI LATRONICO

 

IL DIALETTO DELLA BASILICATA O LUCANIA

La Lucania (dal latino: lucus-i = bosco sacro; lucus-us: lux = luce) già abitata dagli Entri all’interno, fu colonizzata sulla fascia costiera dai Greci; fu occupata dai Lucani, imparentati con i Sanniti, (secc. VIII-V a.C.); fu assoggettata dai Romani nel 272 a. C. si ribellò durante le guerre di Pirro. Ormai devastata da Annibale, nel 216 a. C., spopolata dalle stragi di Silla e dalla malaria, la Lucania formò infine, con il Bruzio, la terza regione augustea. Alla caduta dell’impero romano, subì diverse invasioni barbariche. Contesa nell’alto Medio Evo, tra Bizantini, Goti e Longobardi, fu poi conquistata dai Normanni, che nel 1130 fecero di Melfi la loro capitale e mutarono il nome di Lucania in Basilicata (dal greco basileos: terra di re). Ora si chiama sia Lucania,  che Basilicata.
                                                                                                 

Nel dialetto lucano, le parole sono concatenate tra loro, senza soluzione di continuità, per cui non sono immutabili, con le finali ben definite, ma cambiano, a seconda della posizione, della cadenza, dell’inflessione fonetica, nell’ambito della stessa frase. Essendosi attenuate ed essendo cadute le vocali finali, neutralizzandosi nell'ë, per poter distinguere il genere ed il numero, si ricorre all'apofonia quantitativa e qualitativa: Es. jondë: sporca è il femminile di jundë = sporco, vùeskë = boschi è il plurale di voskë = bosco, come nei verbi forti in tedesco, nella coniugazione tematica in greco e nei verbi irregolari in inglese. C’è anche un largo uso dei plurali in –ora, come nel latino corpora: Es. së = càsërë. Nei verbi manca il condizionale, per il quale si ricorre a perifrasi dei verbi volere, avere, potere. La fine delle parole può subire delle modifiche nel contesto, ricorrendo alla metafonia (ë/a): Es. fìgghjëmë u scéttabbànnë (mio figlio il banditore) diventa fìgghjëma Ggjuwànnë u scéttabbànnë (mio figlio Giovanni il banditore), per l’influsso della sillaba successiva. Con la sonorizzazione e il dileguo delle consonanti sorde intervocaliche, queste sono le peculiarità, che distinguono il lucano dalle altre plaghe dialettali, con diverse caratteristiche. Àw panajìërë, al cimitero; u scéttabbànnë, il banditore; u panärë, il paniere; u zappatòwrë, lo zappatore; i tèmbë ròssë, le collinette rosse; a shascéttëlë, la navetta con spola; i cusquaséddë, le barzellette; u vuccìërë, il beccaio; cäpësòttë, capovolto; a l’ëndrasàttë, all’improvviso; ‘mbétë la tèrrë, ai piedi della terra;  l’appìëttë  l’acìëddë, la salita dell’uccello; drét a lë mìërvëlë, dietro i merli,  ecc. non sono semplici denominazioni di luoghi, persone, cose, ma riferimenti precisi ad una storia vissuta in terra lucana. Questi vocaboli, nel contesto evocano all’istante aromi, suoni, sapori di un tempo lontano nello spazio, ma vivo e vegeto nell’archivio dell’immaginario collettivo, soprattutto nelle coincidenze e nelle assonanze tra i vari idiomi locali, tra l’italiano ed il dialetto, tra la musica e la poesia. In essi, c’è un pathos travolgente, una tensione dinamica ed una ispirazione continua, che comunicano l’estro della favola mitica, la magia del mistero profondo, l’incantesimo della grazia divina e la gioia di vivere in un nuovo incantesimo. È tutto un mondo di fiaba e di mito, di verità e leggenda, di reale e fantastico, che torna a rivivere intatto, ogni qualvolta si mette in moto il meccanismo della tradizione orale. L’attuale tendenza di abolire i dialetti, per uniformarsi alla lingua italiana unitaria, ha fatto scattare il campanello d’allarme, per cui all’università è sorta la facoltà di dialettologia, con varie tesi di laurea in dialetto, ed alcuni studiosi hanno scritto saggi, dizionari e poesie in vernacolo, come Albino Pierro di Tursi e Mimì Belloccio di Ferrandina, tra i più grandi. Io stesso, con il vate ferrandinese, io stesso ho compilato l’Antologia “Ferrandina tra penna e pennello” riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica. A frotte, Lucani e non accorrevano nelle piazze, con entusiasmo, a sentirmi declamarne i versi, dandomi così lo sprone ad intraprendere e a portare a termine la traduzione di tutta la Divina Commedia di Dante Alighieri, dal fiorentino al ferrandinese che, derivando soprattutto dal napoletano, è accessibile non solo agli abitanti della Lucania, ma anche a quelli di tutti gli altri paesi. Tra i vari dialetti italiani, c’è una forte assonanza ed una tenace unità d’intenti, nei proverbi, nelle sentenze, nei motti, nelle espressioni idiomatiche, negli indovinelli, che riportano all’unico ceppo della lingua madre latina, con influssi greci, spagnoli, portoghesi e arabi. L’energia vitale del dialetto lucano consiste nell’arricchimento e nell’aggiornamento continuo della lingua parlata e della sua diffusione, tramite l’apporto dei moderni mezzi di comunicazione. 
                                                                          
Lo stesso dialetto presenta una differenza sostanziale a seconda che sia in bocca ed un emigrante o ad un natio, per la staticità arcaica nel primo e la mobilità dinamica nell’altro, pur essendo originari della stessa terra natia. La verginità creativa consiste nell’invenzione di nuovi vocaboli, nuovi modi, nuove espressioni che, incuneandosi nel ceppo principale, apportano sempre nuova linfa all’annosa pianta della tradizione popolare. L’archivio della memoria storica non è più affidato soltanto alla labile mente degli uomini, ai cicli storici dei cantastorie, ai canti carnevaleschi delle matinate, ma anche ai libri, ai cd rom, ad internet. La mia Divina Commedia è di tipo arcaista e viene pubblicata dalle riviste bimestrali Boè per l’Inferno, La Fenice per il Purgatorio (on line), Euroarte per il Paradiso e quotidianamente, in internet, da RCS libri, in www.diablogando.it nei blogs di Sensazioni Visive, per l’Inferno, Divina Commedia, per il Purgatorio e Paradiso, per il Paradiso, con il compendio in HUB della Mediapolis e nell’Eco del Chiaro di Mammola (RC). In essa ho potuto riversare tutta la saggezza, la sagacia e la perspicacia della gente lucana, in un’affabulazione vecchia e nuova, antica e moderna, orale e scritta. I riti, i sogni, i miti di tutta la tradizione lucana rivivono intatti, nell’alternarsi di gioie e dolori, croci e delizie, guai e piaceri del corpo e dell’anima, della conoscenza e dell’immaginazione. Per me esule ”lontano dal natio borgo selvaggio” esprimermi in lucano è come, per il ghibellin fuggiasco Dante Alighieri, parlare in fiorentino, tra compaesani, nella selva oscura dell’inferno, nell’ascesa al monte del purgatorio e nella trasfigurazione sull’alto Empireo. È come incontrarsi tra amici d’infanzia in terra straniera, riconoscersi tramite il dialetto e riandare i vecchi tempi dell’infanzia beata, del paradiso eccelso, senza conflitti mondiali, disagio sociale e dilagante inquinamento materiale e spirituale. La mia sete di sapere è stata saziata dalla lettura dell’opera omnia del divino poeta e, soltanto nella sua Divina Commedia, il dialetto lucano viene elevato a nobili sentimenti, a egregie virtù e ad assoluti concetti di spessore universale. Si torna così al dolce incanto della poesia pura, espressa nell’idioma della civiltà contadina, risalente all’età dell’oro, prima dell’avvento del villaggio globale, dell’effetto serra, dei tempi moderni e destinata a sfidare l’incuria degli uomini, la furia degli elementi ed i limiti ristretti delle vanità terrene. Gianni Latronico
 

        

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